Ricordare un personaggio complesso come Hulk Hogan non è mai semplice. Ogni omaggio o aneddoto rischia di restituire un’immagine parziale: la sua carriera ha alternato momenti di popolarità esplosiva a cadute rovinose.
Ma se ci concentriamo su ciò che venne prima di Vince McMahon, prima delle vitamine, delle preghiere e di Rocky, quando era ancora “Ichiban”, scopriamo un lato meno noto dell’Hulkster: un performer camaleontico, capace di dare al pubblico esattamente ciò che voleva.
L’intuizione di Antonio Inoki su Hulk Hogan
Negli anni ’80, Antonio Inoki fu tra i primi a riconoscere il potenziale da star internazionale di Hulk Hogan in Giappone: alto, biondo, muscoloso, incarnava la nemesi perfetta per l’eroe giapponese. Già allenato da Hiro Matsuda, Hogan in Giappone mostrava un repertorio inaspettatamente più ampio rispetto a quello americano.
In questo incontro del 1991 al Tokyo Dome, vediamo un Hogan tecnico, sorprendente, tra chiavi articolari ed Enzeguiri, iniziative in-ring che raramente gli si attribuiscono. Merito della leggenda Tenryu, certo, ma anche del contesto: il puroresu, a tratti, sembra un’altra disciplina rispetto al wrestling USA.
Il pubblico giapponese, storicamente abituato a gimmick sobrie e a un lavoro sul ring rigoroso, richiedeva uno standard diverso. Hogan provava ad adattarsi, con rispetto e impegno. Lo dimostra anche la finisher usata in Giappone, la Axe Bomber: più coerente con la sua fisicità rispetto al celebre Legdrop.
Alcuni ritengono che Hogan abbia semplificato il proprio stile in America per via delle sue ginocchia fragili e di una strategia per allungare la carriera. Altri parlano di furbizia, dato che il pubblico USA ha sempre privilegiato carisma, taunt e teatrale presenza scenica rispetto alla tecnica pura manifestata.
Un Hulk Hogan molto diverso
Perfino le interviste rilasciate in Giappone mostrano un Hogan diverso: sobrio, rispettoso, misurato. Lontano dall’intrattenitore caricaturale, ambasciatore della WWF e contemporaneamente di un’America spesso ipocrita.
Dietro i muscoli, l’orgoglio e le promesse d’acciaio, si nascondevano fragilità ben camuffate, ma anche un’intelligenza da performer navigato, manifestata con frasi come La cintura IWGP è la più prestigiosa al mondo, sempre in bilico tra un pensiero sincero e rispettoso e uno un po’ ruffiano.
No, non era un Bret Hart cresciuto a pane e Dungeon. Ma Hulk Hogan ha saputo adattare ogni aspetto del suo personaggio – fisico, tecnico, narrativo – al contesto culturale in cui si trovava. È questa la sua forza: non il lottato in sé, ma la lucidità con cui leggeva il pubblico.
E in Giappone, oltre ai match, ha lasciato anche un’eredità storica. Ha consolidato il topos del gaijin che può costruirsi una carriera internazionale. Prima di lui c’erano già stati pionieri come Bruiser Brody o i fratelli Funk. Ma grazie alla fiducia di Inoki e all’impatto commerciale ottenuto, Hogan aprì la strada a figure come Vader, Bam Bam Bigelow e molti altri.
Nella terra del Sol Levante, Hulk Hogan riusciva a tenere a bada l’ego e l’istrionismo. Era un ospite che imparava le regole di casa altrui. E proprio lì, smise di essere solo un personaggio, per diventare un po’ più un vero wrestler.
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